Con in Bologna fino alla fine del mondo.


Certi sostenitori del Brann sono ancora fuori dallo stadio a chiedersi come mai a uno striscione recante la scritta “Noi i tortellini li mangiamo con il Ketchup” (e sicuramente va lodato il loro consulente linguistico per la resa retorica della battuta in italiano) sia stato proibito l’accesso prima della gara di novembre contro il Bologna durante la fase a campionato di questa edizione di Europa League. Questo piccolo aneddoto, a cui bisogna aggiungere un certo stupore nordico e il sincero timore di aver offeso chissà chi (ma si sa, le norme poliziesche circa l’ammissione di striscioni negli stadi vanno ben oltre l’essere permalosi dei bolognesi), descrive la bonarietà con cui siamo stati accolti Tommy e Dani ed io in Norvegia, per la precisione a Bergen, dove giovedì 19 febbraio scorso si è tenuta la partita Brann-Bologna, vinta dai rossoblù grazie al gol di Santiago Castro. Nonostante il bimestre di magra, sancito da ultimo dall’uscita dalla competizione disputata da campioni e che fino a giugno ornerà il centro della nostra maglia, ovvero, ovviamente, la Coppa Italia, pur temperato dalla vittoria contro il Torino (anche se delle volte, data la mobilità dei granata, sembrava di star assistendo a una delle recenti gare sciistiche avvenute fra Milano e Cortina d’Ampezzo), l’entusiasmo è fin dal mattino alle stelle. 

I soliti malservizi del sistema di trasporti berlinese quasi raddoppiano il tempo di percorrenza del mio viaggio fino all’aeroporto, dove ad accogliermi, oltre ai già citati amici compagni di viaggio, c’è una lauta delegazione di bolognesi che avevano trovato in questa destinazione una buona sede per fare scalo. Altrimenti detto, il Gate B34 dell’Aeroporto Berlin-Brandeburg sembra un mercato rionale di un qualsiasi quartiere di fuori porta, dove a fare da padrone sono le nostre “s” corpose e le nostre “c” scalpicciate. 

Fra conoscenze di vista dovute a passate trasferte, cuffie e vessilli rossoblù, la rampa di decollo è nostra, e allora immortaliamo la partenza con tanto di foto con bandiera davanti e aeromobile dietro. 

L’entusiasmo monta in latitudine e altitudine, fino allo spettacolo maestoso dell’atterraggio: da un lato inizia a stagliarsi la città innevata, quieta e ordinata, dall’altro il blu cobalto del mare insieme al bianco candido e intonso della neve danno quasi una sensazione di smarrimento. 

Ma davvero sono venuto fino qui (ma qui dove, poi?) con e per il Bologna? Così pare, e dopo una breve pausa in appartamento per una ‘aglio-olio-peperoncino’ preparata con ingredienti portati da casa se non direttamente dall’Italia (fatta eccezione per il peperoncino a me affidato e mai partito da Berlino, per fortuna le riserve messicane di Dani ci sono venute golosamente in soccorso) e per un’adeguata vestizione ai climi scandinavi, ci avviamo allo stadio, ché il tempo non è mica tanto. E infatti fermata dopo fermata il tram si riempie di tifosi locali, che calmi, silenziosi e ancora disinteressati a noi si recano nello stesso luogo. L’edificio è basso e compatto, composto da diverse unità strutturali che ne permettono il riconoscimento della propria funzione solo per l’avvicendarsi di persone per lo più vestite con accessori bianchi e rossi, i colori sociali della squadra locale di Bergen. Diversamente, infatti, sembrerebbe che lo stabile ospiti anche case e uffici, ma soprattutto è all’interno di un complesso residenziale leggermente dislocato, dove le case limitrofe affiggono la bandiera del Brann e i bambini giocano sulla neve spessa di fine febbraio, scendendo con lo slittino dalle collinette dei parchi adiacenti. Lo stesso clima pre-partita del Meloncello, insomma, il cui vero pregio in confronto pare essere la fornitura costante di birre durante la partita, proibita invece qui. Data quindi la proverbiale sete e seguendo persone conosciute da qualche istante, si tenta una bevuta veloce prima del fischio di inizio, che si trasforma invece nel nostro sbarco nel bar della curva del Brann. Testa d’ariete di questo glorioso ingresso è ovviamente il Pres che, impavido e bardato di rossoblù, sgomita fino all’interno; a seguire io e Dani a controllare in quante parti della nostra tenuta anti-freddo campeggiasse il celebre stemma del nostro BFC. Non ci si crederà, ma la birra non è stata consumata non tanto perché presi in ostaggio e dati in omaggio a ignoti riti vichinghi, ma per via della fila troppo lunga da farci desistere a ordinarla e ‘seccarla’ prima del fatidico fischio iniziale. 

Non c’è ingresso allo stadio, specie se ospite, senza perquisizioni e non c’è impianto sportivo senza steward. Fino a qui siamo tutti d’accordo, ma forse le autorità norvegesi avevano sottovalutato il coro sfottò che sempre accompagna le scorribande dei bolognesi per l’Italia, affidando una linea di controlli a una steward di una bellezza impossibile da ignorare. Risultato: su quattro file, ne viene utilizzata praticamente solo una e l’accesso allo stadio avviene letteralmente alla spicciolata. Vuoi farne di filosofia! 


Ricordo le prime volte allo stadio, tanto nei distinti quanto in curva, era come far sbucare la testa dagli androni e dai piloni grigi, gialli e azzurri del Dall’Ara per bearsi la vista con il campo e non perdere neanche più un attimo per osservare i propri paladini. Si materializza sempre, ancora, anche in Norvegia, dal collo ai tendini, il tremito prodotto da quella melodia che dice “ecco lo stadio, la curva, la gente” e davvero i ragazzi “ci sono tutti”, insieme a quelli che gridano “alè forza Bologna”. Prendiamo posto piuttosto al centro, né troppo in alto, né troppo in basso, di un settore ospiti posto al classico lato opposto della curva destinata ai sostenitori di casa. In questo caso, guardandola di fronte, lo spicchio riservato a noi si trovava spostato verso sinistra e a ridosso del campo, così che possiamo iniziare a distendere sulla transenna lo stendardo prusso-bolognese che rappresenta il nostro club “Berlino Rossoblù”, alzato sempre con grande perizia allorché i ragazzi si avvicinano per salutarci, il più in alto possibile, a testimoniare la nostra presenza fino al fiordo. Pian piano, e solo dopo reciproci ironici ammiccamenti su dove fossero i tifosi del Brann, si riempiono gli spalti e lo stadio intona due inni in onore della propria squadra, di cui il primo mi riservo ancora in qualche modo di ritrovarlo e usarlo come suoneria del cellulare, fino al definitivo fissaggio, attraverso corde e funi, di una coreografia contornata dallo sventolamento di bandiere bianche e rosse ai lati, così suggestiva come difficile da decifrare, sicuramente in grado di riscaldare per qualche attimo il clima interno all’impianto. Calcio d’inizio e si fa gol di qua ed è un bene, perché dopo poco più di dieci minuti, sugli sviluppi di un bellissimo fraseggio conseguente a un calcio d’angolo, grazie un’apertura notevole dalla destra di Bernardeschi, dimenticata però poi da tanti montatori di highlights, Cambiaghi confeziona un’imbucata secca per Castro, che di sinistro, lì sotto, come fossimo con gli iridi di fronte, infila giù la nera con la bianca, fino dietro il portiere. Siamo davanti, quindi si gioisce e si festeggia, insinuando allora la conferma delle premonizioni che serpeggiavano fra sussurri e pacche prima della partita: siamo più forti, sarà una bella gita. Si scioglie allora il velo di tensione e anch’essa, fra abbracci, strette e battiti di mani guida i cori aizzati dai ragazzi dei gruppi, mentre esaurisce il tempo della celebrazione e c’è ancora una partita da giocare, dove, nel complesso, a prevalere non è il bel gioco. Dopo poco, scrutando fra le bandiere giunte da Bologna fino all’altra porta dello stadio, osserviamo la palla saltare e per fortuna atterrare sopra la porta, intercettando la bella parata ma non intuendo come poi la palla sia riuscita a rimbalzare fuori dallo specchio. A ciascun tentativo concreto di realizzazione, specialmente prima di ogni calcio piazzato da buona posizione, i tifosi del Brann accomodati nelle tribune si alzano in piedi con una coordinazione tale da sembrare una messa, ma per fortuna il primo tempo prosegue senza grossi scossoni, fino a quello che riceve Castro al volto negli ultimi minuti, lasciandomi l’impressione di aver sentito l’impatto del gomito sullo zigomo. La partita scorre così, fra cori e tentativi di approfondimento tattico fra me e Tommy e nel nostro conciliabolo ci sembra che a questo giro il centrocampo sia un po’ schiacciato, specialmente in fase difensiva e che l’asse Bernardeschi-Zortea funzioni in generale un po’ meglio, peccato per il giallo al primo che costringe mister Italiano alla sostituzione con la ripresa del gioco. La seconda frazione si articola quindi con la speranza del guizzo ritrovato di Orsolini, che nonostante qualche tentativo, fa una partita migliore in fase difensiva e con quella che quel Ketchup che qualcuno vuole sui tortellini esploda in porta. Quanto rimane sicuramente costante è il rapporto che il nostro portierone polacco decide, già alla prima rimessa dal fondo durante il primo tempo, di intrattenere con il pubblico locale, esasperando la rincorsa e la battuta, che anche noi, pur se sempre pronti a ogni livello di goliardia, ci siamo interrogati sull’opportunità del gesto, al punto ora da non ricordare se, oltre ai fischi, l’arbitro, costantemente dubbioso sulle decisioni, lo abbia punito con l’ammonizione. Le tonalità del canto in curva sono mutevoli ma comunque costanti, sempre con la sensazione di conoscere le persone intorno solo perché appassionati di Bologna FC, mentre in campo assistiamo a una delle partite con meno possesso palla dell’anno, ma la riusciamo a portare a casa con un gioco italiano con la minuscola, anche a causa delle condizioni del campo che non permettevano la solita pressione. Soddisfatti dei ragazzi che a loro volta soddisfatti ci vengono a salutare, si innesca quel “la-la-la” ripetuto che si trasforma in un “oh-oh-ohhh” in cui volteggiano sciarpe e bandiere. Più in alto di qui e di così, il vessillo del nostro club non era mai arrivato. L’uscita è più agevole del previsto, mentre intavoliamo delle pagelle sulla neve (dei non ancora menzionati, merita sicuramente Vitik per l’irruenza con cui sempre ci sembrava andasse contro al proprio riferimento, Lucumi in quanto imprescindibile per il reparto e la squadra, Ferguson riceve delle critiche ma anche delle difese, se a volte non riesce a garantisce una prestazione come il giocatore che ricordiamo, appare comunque come un tuttocampista di coraggio, mentre in questo nuovo 4-3-3 Freuler studia inserimenti interessanti, Moro tocca la palla con grande garbo, i terzini spingono ma non brillano). Letta tutta di un fiato, questa parentesi può filare con un inspiro, ma non è stato facile esaurirla lì per lì, perché una volta fuori dallo stadio, veniamo costantemente avvicinati dai sostenitori del Brann, curiosi di sapere il nostro parere sulla partita, pronti e fiduciosi del loro viaggio a Bologna, altri forse mai entrati a vedere la sfida e rimasti al bar a bere anche le nostre birre, visto l’occhio liquoroso e l’inglese incerto. Sembra tutto orchestrato per non farci raggiungere la fermata del tram, perché con l’arma della cortesia ci intrappolano in piacevolissime chiacchiere, scambi di adesivi e consigli su dove trascorrere la serata, che cogliamo al volo per iniziare, con alcuni di loro, alla Pezzali-Repetto, a staccare deca per ogni birra, fino al culmine della serata che così diventa anche la fine della nostra storia. Ricostruzioni fatte poi la mattina seguente in radio, certificano la conoscenza pregressa (dai tempi del secondo Birmingham, per intenderci) di Dani e Tommy con Leo Bosello, al quale, 
insieme al prode collega Filippo Cotti, era stata promessa una sciarpa del club. Ricevuto allora il via, è ora di lasciare un gruppo di amici che ci mostra tatuaggi sulla spalla inneggianti al Brann per recarci nella piazza principale di Bergen a incontrare chi con la propria voce incarna la nostra passione, soprattutto nei momenti in cui si è in ritardo, non si trova un bar dove vedere la partita, spesso lontani da Bologna non si può raggiungere il Dall’Ara e quindi, con un po’ di solitudine in più, si cerca un conforto, almeno nel punto e contrappunto della radiocronaca, non sempre nel risultato. La posa Lego tipica delle presentazioni non cede il passo alle formalità ma a una grande convivialità, sancita da qualche sigaretta e foto insieme, per darci appuntamento, col più giovane dei due, più tardi in un nuovo bar, in cui siamo scortati da una delle tante comparse norvegesi alla nostra sceneggiatura, in questo caso un personaggio battezzato fin da subito come “Il fotografo”, poiché con una analogica ha immortalato per buona parte della nottata momenti memorabili che speriamo in qualche modo di rivedere impressi. Tanto nella memoria quanto nella serata, iniziano a salire i vapori del luppolo e quindi conviene ammirare il miracolo del tifoso del Bologna residente a Berlino in trasferta a Bergen, in altre parole la foto di Tommy insieme a Fenucci, oppure, come siamo stati suggeriti, la foto di un presidente vicino a un semplice amministratore delegato.


Rimo

















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