Una giornata imp3gnativ4








Vediamo un po': spazzolino, dentifricio, deodorante… Presi. Maglia di Castro? C’è. Bandiera e sticker Berlino Rossoblù? Ci sono. Powerbank, cambi puliti per domani, ciabatte… Tutto dentro.

Dai, metto lo smanicato rossoblù: a Roma fa caldo e, nonostante i colori, niente stemmi del Bologna, così posso passare quasi inosservato nella capitale.


Ok, via: il bus sta per passare.


Ora il dubbio: Treno (S-Bahn) fino alla stazione di Ostkreuz e poi un altro per l'aeroporto, oppure tram fino a Schöneweide e poi S9 fino al Willy Brandt (airport)? Dai, meglio la seconda: più veloce.

…Oh no, il pettine! Vabbè, per quei due capelli che ho in testa posso anche permettermi di essere un filo disordinato, per una volta.


Accidenti, che folla in aeroporto. Sarà lo sciopero di ieri: avranno riversato tutti i passeggeri sui voli di oggi. La paranoia cresce piano piano, si insinua insieme a quella strana inquietudine che non mi ha mollato nemmeno stanotte.

Ah, dai!! Ecco Elvis. Almeno ora siamo in due. Andiamo allo sportello easyJet a farci dare il biglietto stand-by: controlli, gate… e speriamo che qualcuno non si presenti. Due posti, ci bastano solo due posti.


Prima però: mangiare qualcosa. E soprattutto bere un po’ di prosecco, che pur non avendo il tappo in sughero ma quello a vite, si lascia bere eccome.


“Oh Elvis, muoviamoci: all' A32 stanno iniziando l’imbarco!”


Madonna quanta gente. Mi faccio avanti e avviso il personale che siamo in stand-by. Il gentilissimo sosia di Bellingham ci dice che dobbiamo aspettare la fine dell’imbarco.

Ovvio. Sempre così, ma almeno sa che ci siamo!


Nel frattempo, foto di rito davanti al tabellone: “Rom FCO”. Speriamo non porti sfiga averla fatta prima di essere certi di partire.


Ed eccoli: gli ultimi due con biglietto regolare. Una coppia balcanica, decisamente molto maleducata: lui incollato al laptop fino all’ultimo, senza la minima intenzione di mettersi in fila, come se il tempo degli altri non valesse nulla. Risultato? Ritardano tutti e si prendono pure una cazziata dal personale di terra.


Capisco subito che non parlano tedesco, e allora provo a giocarmela io, rivolgendomi a “Bellingham” con un mezzo sorriso:


“Ey, wenn sie sich nicht beeilen, lass sie einfach draußen und gib uns die zwei Plätze!”

(Ehi, se non si sbrigano, lasciali pure fuori e dai a noi i loro due posti!)


Ride. Giustamente. Non può fare nulla del genere… ma tentar non nuoce.


Alla fine, anche loro si decidono. Entrano. Ultimi. Proprio loro.


E lì cambia tutto.


Bellingham inizia a parlare fitto col collega. Il volto si fa serio, sempre più serio. Quasi quello di un medico che deve darti una brutta notizia. Si avvicina a noi — nel frattempo gli altri due stand-by sono arrivati — e il cuore accelera.


“Purtroppo l’aeromobile è pieno. Non possiamo imbarcare nessun altro. Andate allo sportello easyJet per riprenotare o chiedere il rimborso.”


Ecco.

Quella sensazione strana che mi girava dentro dalla notte scorsa non era un caso.

Forse è stata la foto.

Eppure eravamo riusciti a prendere due biglietti dello stadio tra i pochissimi rimessi fuori dalla Roma, dopo il sold-out…


“No dai, ci deve essere un altro modo. Elvis, corriamo allo sportello. Se prendiamo il prossimo, strettissimi ma ce la facciamo: entro il fischio d’inizio siamo all’Olimpico.”


“Sai Tommy… sto provando, ma il prossimo è già pieno.”


Ansia. Sempre di più.

Il tragitto per uscire dalla zona controlli sembra infinito. Ma eccoci. E con noi anche gli altri due.


Una ragazza gentilissima prova ad aiutarci, ma conferma quello che temevamo: volo pieno. Propone alternative — il giorno dopo, Napoli, Milano — ma niente.

“No grazie, dobbiamo essere a Roma entro le 21. O quello, o nulla.”


Arriva la collega. Una sottospecie di generale naz*sta in miniatura: giovane, sì, ma con la sgodevolezza di una zitella in astinenza da decenni.

Controlli su controlli, tutto in tempo reale… ma niente da fare. Tutti presenti. Nessuno spazio.


Fine dei giochi.

Usciamo. Elvis ha bisogno di fumare una paglia, subito.

Avvisiamo gli altri che sono già a Roma. Il magone è lì, palpabile, denso. Lo taglieresti con un coltello. “Speriamo che la squadra ci dia una gioia vincendo”.


A questo punto, si torna in città. 


“Dai, andiamo da me. Una boccia e poi al Junction a vederla coi regaz.”

E così sia.


Perché okay, non è morto nessuno. Non è una tragedia. Però il dispiacere… quello sì, pesa.


Arriviamo al Junction. C’è già Jek , ormai per tutti “Leopardi” (il gioco col nome e relativo umore, spesso non proprio ottimista, è stato fin troppo facile).

Piano piano arrivano gli altri: Andrea, Gianluca, Alessandro, Giorgio, Edo, Dante… e persino Dani, che oggi ha lavorato su due voli stra lughi (assistente di volo, lui) ma è riuscito comunque a esserci.


Dalle retrovie spunta anche una faccia nuova: dice di averci trovato online, viene dalla zona Murri. Il nome… perso dopo mezzo secondo, come sempre.


E Dante?

In realtà è Matte. O meglio: Rimo, quando scrive su queste pagine . Il soprannome gliel’ho dato io: dottore in letteratura, materia che insegna all’Università di Berlino nonostante la sua giovane età. Dopo aver letto il suo racconto sulla trasferta di Bergen… beh, era inevitabile.


E ora, mentre qui al Junction si cerca il prossimo poeta tra i rossoblù di Berlino…

Passo la palla proprio a lui!



Come in un collegamento televisivo o radiofonico, ma in realtà per dare a tutte queste parole uno sfondo corale, come quelli che selvaggiamente e gioiosamente si sono innalzati al Junction Bar di Berlino al termine della gara di ritorno, prendo la linea da Tommy per raccontare con quale intensità è stato vissuto il doppio incontro fra Bologna e Roma valido per gli ottavi di finale di Europa League. In realtà il Bologna che si presenta a questo gravoso impegno sembra un cantiere aperto verso il 4-3-3, necessario però per ristabilirsi dopo un inizio anno difficoltoso. Non siamo favoriti, e lo sappiamo, abbiamo due gare in più sulle gambe, la vittoria a Pisa non è riuscita a dare quelle certezze, tanto da perdere in casa con un Verona ultimo in classifica che tutto sembra tranne che giocare a calcio. Da lodare comunque questo lato messianico e misericordioso del Bologna di quest’anno, che non ha risparmiato di resuscitare nessuno, a partire dalla squadra con la divisa viola a cui per solidarietà appenninica si è offerto ossigeno quando era assente come ad altitudini ben maggiori della catena montuosa che ci divide, per passare alla Cremonese a cui si è data la possibilità di dare lustro a un Jamie Vardy che non mi pare abbia più la solita lucidità sotto porta, fino ai crociati dell’alta Emilia così da aiutarli a raggiungere l’obiettivo stagionale (vincere un derby, visto che per salvarsi hanno già Delprato, Valeri e Pellegrino). La nostra testa è bassa, sappiamo che bisogna correre e giocare come abbiamo visto fare durante questo anno e mezzo e così giovedì 12 marzo alle 18:45 siamo tutti seduti al Junction a vedere la gara di andata di questa competizione europea. In realtà io arrivo con venticinque minuti buoni di ritardo, ma la situazione è sotto controllo data la radiocronaca trasmessa su Radio Nettuno Bologna Uno che racconta di un Bologna più che in partita, nella tradizione degli scontri fra Italiano e Gasperini che finora, se consideriamo anche i quarti di finale di Coppa Italia dell’anno scorso, ha permesso di appendere diversi gagliardetti nel corridoio delle nostre soddisfazioni. Tempo tre minuti e va via la corrente, si riprende e uno dei protagonisti di questa impresa, Jonathan Rowe rinominato ormai anche a Berlino “Johnny”, è per terra a rotolarsi. Panico ma si rialza come un gladiatore per combattere contro chi si fregia proprio di questo titolo, risultando infatti uno dei più determinanti in questa doppia sfida. In realtà durante la gara si chiacchiera molto, dissimulando una certa tensione, visto che sappiamo tutti quanto sia utile presentarsi a Roma con un risultato solido, fino alla domanda, o al fioretto, “Se vinciamo, andiamo a Roma?”. Fra questi dibattimenti, Lucumi giganteggia come al solito, fino ai tentativi finali di Pobega e Casale che portano all’uscita dei ragazzi per la pausa fra gli applausi, nostri al bar, sia chiaro. Per intendere bene anche le particolarità sonore della visione delle nostre partite, è bene immaginare come è fatta la nostra casa rossoblù a Berlino, questo bar al confine fra i quartieri di Kreuzberg e Neukölln, sede anche dei tifosi locali del Bochum. A una prima sala grande all’entrata dotata di un grande maxischermo raramente riservata a noi, specialmente per le serate europee quando contemporaneamente giocano anche squadre tedesche, segue una saletta più piccola verso il retro di fronte al bancone, così da rendere l’approvvigionamento di birre più snello. Dopo averci provato a fine primo tempo impegnando grandemente il loro portiere, qualche minuto dopo la ripresa Bernardeschi, a seguito di un recupero palla incredibile di Rowe, confeziona un gol strabiliante sotto il sette, che nonostante qualche occasione importante degli avversari, corona la buona partita dei rossoblù. “L’è un bel Bullagna” si sussurra al tavolo, specialmente dopo le tante occasioni che si susseguono nel secondo tempo ma è forse un’affermazione ancora troppo audace, perché il Bologna misericordioso di cui parlavamo è capace di dare linfa anche a Lorenzo Pellegrini (ma bisognerà prepararsi anche a questo e non, come si sarebbe potuto prevedere, al loro nuovo acquisto davanti, Malen, che nelle prima partite con la nuova maglia manteneva una continuità realizzativa che non so come abbia fatto a prendere sonno Vitik in queste settimane) che in un batti e ribatti in area pareggia il conto ed è tutto da rifare. La squadra mantiene un bel gioco ma non basta, si creano occasioni ma nella migliore delle ipotesi sbattono contro la traversa. Si deciderà tutto a Roma, in uno stadio che è ridondante dire quanto ormai si conosca bene, specialmente nei momenti più importanti della nostra storia recente. 

Foto di rito e siamo di nuovo al Junction, ma sono le 21 del 19 marzo, festa del papà (o del Babbo – il mio era allo stadio all’andata e riferisce di un bel Bologna ma un po’ sfigato e un ambiente entusiasmante), questa volta in orario e la tensione si taglia con il coltello. I ragazzi indossano la terza maglia, cosa è un omaggio ai rivali storici della Roma? Su queste note si ordina la prima birra (e anche un panino, in realtà) e si ascolta il levare delle urla di Jek a partire dal minuto 12 su un fallo non fischiato: c’è chi dice ginocchiata sulla coscia, chi dissente, segue dibattito. L’orchestra dei nostri tavoli registra così diversi strumenti: alle urla di Jek, che già dal minuto 16 prendono la forma del “basta” in riferimento all’arbitraggio, si aggiungono le percussioni, ovvero, il suo telefono viene ripetutamente sbattuto sul tavolo, e i fiati di insulti al loro difensore centrale, il quale, udite udite, dovrà presidiare il reparto della nazionale che tenta disperatamente la qualificazione ai mondiali. Vengono aggiunti anche i diesis e i bemolle in chiave, infatti al gol di Rowe si grida come non mai mentre al pareggio la bestemmia diventa piena nelle bocche ma incomprensibile (speriamo) agli avventori tedeschi del bar. Al rigore si urla “calma, ragazzi, calma”, Jek si alza per andare in bagno, poi torna, la ripresa della telecamera inquadra Bernardeschi da dietro come nella Play-Station (è poi questo il calcio che oggi si vuole, no?) il quale la mette dall’altra parte di Svilar e allora subito fuori a fumare una sigaretta, non c’è alternativa. Mentre ordino un’altra birra vengo a scoprire che Tommy ed Elvis bevono da mezzogiorno e quindi il secondo chiede a tutti di stari calmi che il tasso alcolemico è quello che è (la questione è che è in visibile crescita) e allora Jek capisce che è il momento di fare degli allunghi che a fine partita, in confronto, la Strabologna è una passeggiata con il cane. Nell’orchestra ci sono anche i piatti, visto che i primi cambi vengono applauditi fragorosamente, tanto che i baristi iniziano a guardarci come degli esemplari speciali, non più come dei regolari frequentatori, ma anche i triangoli, visto che a ogni ordinazione evasa dalla cucina, la cuoca, in assenza di un vero campanello, fa “ding” direttamente con la voce per richiamare l’attenzione dei suoi colleghi in sala. Il terzo gol porta all’apoteosi e si compie l’errore di sfidare la sorte: chi viene a Birmingham? Così l’arbitro (forse recuperato direttamente da una squadra di lotta greco-romana, dato il ghigno e lo spessore delle braccia) assegna un rigore che mi prendo tutta la responsabilità nel definire inesistente e allora lo stadio si risveglia e il telefono di Jek aveva visto giorni migliori, ma come inesistente è il fallo che porta all’annullamento del gol di Dallinga. Il pareggio è nell’aria e infatti arriva dall’ormai redivivo Pellegrini. Non si sa allora più come sopravvivere alle emozioni: Tommy si dà alla sua specialità, le imitazioni di Maccio Capatonda, Robinho Vaz è così fastidioso per Lucumi da rinominarlo “Robinho Vez” e anche Dallinga non sembra stare molto bene dato il labiale che certifica un secco “Ma che cazzo”. A fine secondo tempo ormai anche i tifosi delle altre squadre sono nella saletta con noi, non si capisce a osservare chi, ma non si può sopravvivere senza una nuova birra e una nuova sigaretta mentre Jek si informa da Gianni Morandi per la prossima maratona dato che, dopo stasera, si sente pronto a ben altre distanze. L’orchestra raggiunge il suo apice a fine primo tempo supplementare, quando si dà direttamente il via ai cori e ormai non c’è più nulla che ci può tenere. Ci pensa Cambiaghi

suonare l’alto della serata e allora per qualche istante tutto il dionisiaco in noi non ha più contegno e le forze tarantiche che abbiamo provato a reprimere esplodono in nuove emozioni, birre per terra, abbracci, fino alla collisione della mia nocca della mano sinistra con il labbro di Gianluca. Solo dopo esserci ricomposti, oltretutto, capisco di avere colpito lui e non il muro. Gli stati d’animo e fisici sono ormai ribaltati: le emozioni sono indescrivibili, mentre Giorgio, che aveva iniziato la serata con un prudente the allo zenzero, è ormai rosso di febbre e si canta tutti insieme “Fino alla fine forza Bologna”. Poi è storia e davanti a questa gioia ognuno sa quello che ha provato. Quello che so io, invece, è di aver ritrovato venerdì mattina un messaggio su Whatsapp delle h2:39 in cui dico “Io quando il Bologna fa così dico che è solo un sogno”. Certo, le onde non erano certo quelle del the allo zenzero, ma adesso che lo riguardo non mi capacito ancora di come sia tutto vero.















Tom & Rimo





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